Il Coaching non è un metodo all’ultima moda

Ti avverto: questo è un articolo ad alto tasso provocatorio. Non per niente il titolo parla di coaching definendolo un metodo “non all’ultima moda”. Ma cosa significa?

In questo articolo ti parlo di credenze limitanti, ma ti avverto fin da questa prima riga che non mi concentrerò su quelle idee consolidate che limitano la tua realizzazione, ma su quelle che potrebbero limitare il coach con cui intraprenderai il percorso di cambiamento e di realizzazione dei tuoi obiettivi.

Ti parlerò dei bias temporanei dei quali un coach avveduto è consapevole, ovvero l’affezione ai trend del momento. Anche nell’ambito della crescita personale, infatti, ci sono le mode, ovvero argomenti o filoni che improvvisamente diventano cool.

Coaching e credenze limitanti

Tra i primi a parlare di credenze fu Milton Rokeach nel 1960 offrendo una definizione del “sistema di credenze” come “l’insieme di aspettative, ipotesi o convinzioni, consapevoli o inconsapevoli, che una persona accetta come autentica spiegazione del mondo in cui vive”.

Il cervello umano e il nostro sistema di comportamenti segue un criterio di risparmio energetico, così le credenze sono utili a interpretare la realtà e definire le nostre reazioni al mondo.

Il coaching si trova spesso ad occuparsi di questo sistema di interpretazione del mondo che l’essere umano applica; nello specifico si occupa del superamento delle situazioni contradditorie che questi automatismi producono quando non sono attuali o produttivi per affrontare gli scenari magari inediti che la vita via via propone.

Il coaching aiuta a mettere in discussione le “credenze limitanti” supportando il coachee nell’organizzare un nuovo sistema di pensiero più flessibile e agile su cui basare le proprie mappe mentali. Si tratta di un lavoro utile, efficace e trasformativo? Certo! Purché il coach sia in grado di distinguere quello che avviene in sessione dalle proprie credenze limitanti!

Forse troverai questa affermazione provocatoria e hai ragione.

La formazione per diventare coach è indirizzata soprattutto a evitare che le credenze del coach diventino la mappa di orientamento delle sessioni, ad allenarlo all’ascolto attivo e non proiettare se stesso nel suo lavoro. Cosa intendo dunque?

Voglio farti qualche esempio: multipotenziali, PAS (persone altamente sensibili), narcisismo e intelligenza emotiva. Ecco alcuni dei grandi trend che hanno guidato la specializzazione dei coach negli ultimi anni e che, di conseguenza, hanno riempito le pagine dei blog, dei social fino ad arrivare nelle aziende e nei workshop organizzati per i privati.

Chiarisco subito: questi argomenti sono di estremo interesse per i professionisti e ti invito a diffidare di un coach che non ha studiato e approfondito questi temi. Il problema arriva quando il coach interpreta e applica questo tipo di visione a qualsiasi situazione il coachee porti in sessione.

Per spiegare meglio cosa intendo farò qualche esempio.

Non siamo tutti multipotenziali

Ti piacciono tante cose differenti? Riesci bene in ambiti diversi? Ti annoi spesso dei progetti che hai intrapreso? Sei discontinuo, curioso e sempre alla ricerca di nuovi stimoli?

Forse sei un multipotenziale, forse sei semplicemente una persona curiosa. Sicuramente esiste un’area in cui, se lo desideri, il coaching ti può aiutare: a essere tenace e a perseverante nei tuoi progetti.

Per questo, per quanto il paragone con eccellenti multipotenziali come Leonardo da Vinci, ti appaghi, non devi sederti a pensare che “se solo ci fossero le condizioni ottimali, tutti i miei talenti si realizzerebbero”. Essere un multipotenziale non è un alibi, è una grande responsabilità, che si affronta un pezzo per volta, facendosi carico di ogni progetto. In questo il lavoro del coach diventa più complesso perché un multipotenziale è un coachee molto ambizioso a cui è richiesto impegno per un cambiamento che sia all’altezza delle sue aspettative.

Se ti ho scoraggiato e stai pensando che non sei un multipotenziale (ti assicuro che non ho incontrato ancora nessuno che posso definire monopotenziale…), non ti preoccupare: per realizzare il talento servirà una grande applicazione e concentrazione sull’obiettivo.

Essere PAS non è un alibi

Ti sembra di farti carico dei problemi del mondo perché la tua empatia ti porta a soffrire con e per gli altri? Sei più sensibile e incapace di controllare la tua emotività? Hai bisogno di raccoglimento e silenzio e fai fatica a lavorare in mezzo agli altri?

Forse sei una PAS (persona altamente sensibile). Saperlo ti può aiutare a essere consapevole che sei “da maneggiare con cura”, ma diffida di un professionista che giustifica ogni evento che ti accade con questa spiegazione. In sostanza il coach deve aiutarti a mettere a terrà quelle strategie che ti possono aiutare a non rinunciare a raggiungere i tuoi risultati.

Se invece ti senti da meno perché sei uno a cui piace stare in mezzo alla gente, sei un ottimista e una persona poco problematica e ti dispiace che nessuno ti abbia detto che sei altamente sensibile (un’etichetta che in certi momenti è suonata come un superpotere) non ti crucciare. Essere normalmente sensibile può bastare per vivere una vita interessante e per raccogliere sfide che non ti saresti mai aspettato.

Non siamo tutti vittime di narcisi

Il tuo amante ti tiene sulla corda e non si decide a farti la proposta di matrimonio? Tuo marito ti ha lasciato per una più giovane, per la segretaria o per l’insegnante di pilates? Il tuo capo non considera il tuo lavoro, non ti ha promossa? Il tuo collega ti considera solo quando non trova qualcuno di più interessante e utile per la carriera con cui prendere un caffè?

Tutti narcisi? Magari sì, ma non sempre questa informazione è utile a te e alla tua vita. A volte è più produttivo pensare che non sono interessati a noi o sono opportunisti o sono… brutte persone!

Siccome non possiamo cambiare gli altri, spezziamo questo incantesimo secondo il quale chi non rema nella nostra direzione è vittima a sua volta della sorte che lo ha voluto/a narciso/a. Qualche volta siamo noi a non essere capaci di motivare, interessare o a incaponirci in strade o situazioni sbagliate.

Questa semplificazione è dannosa perché inibisce la capacità di leggere la realtà in modo oggettivo: il cambio del punto di vista è il primo passo per far germogliare il cambiamento.

Sposta il focus da chi ti sta di fronte a te stesso: questo è il primo fondamentale atto di attenzione che meriti. Il resto arriva. E i narcisi? Neppure ti accorgerai più della loro esistenza!

L’IE non è la panacea di tutti i mali

Eccoci, l’intelligenza emotiva è il più recente trend: da un paio di anni non si parla d’altro tanto da far pensare che siamo tutti cresciuti a pane e Goleman.

In realtà è un tema interessantissimo e complesso, almeno quando non viene semplificato al punto di diventare banale. Di IE è ormai intrisa la comunicazione, le pubblicazioni sono moltissime (alcune di altissimo profilo) e sono equamente distribuite in ambito psicologico, educational e di management. Questo è un argomento che rimarrà ancora a lungo sulla cresta dell’onda.

Così qualcuno ti ha detto “Migliora la tua intelligenza emotiva, allenala, affinala” e tu magari hai pensato che un coach è la persona giusta per accompagnarti in questo percorso; in fondo non ti sei mai tanto fidato del QI e in matematica non te la cavavi così bene.

Qualche coach condiscendente potrà anche dirti, citando articoli di Harward, che il successo e la realizzazione delle persone dipende da quanto l’hai allenata e che ce l’hanno tutti, basta lavorarci. Diffida: l’IE non è la sola intelligenza di cui hai bisogno per progredire nella tua vita. L’IE è importantissima ma deve andare a braccetto con tutte le altre (spaziale, linguistica, interpersonale, musicale, corporeo-cinestetica, intrapersonale, logico-matematica, naturalistica ecc.) che puoi fare tue.

Soprattutto è importantissimo contare su un po’ di logica semplice semplice, quella che le nostre nonne chiamavano buon senso e che spesso è il pane con cui accompagnare il coaching.

Se hai letto fino a qui, sarai curioso di capire dove voglio andare a parare.

Quello che mi preme sottolineare è che il coaching è un metodo e come tale assomiglia più all’artigianato che all’arte. Il coaching che funziona si tiene a distanza dagli automatismi, è artigianato di alta qualità, che si ciba di conoscenze alte ma agisce su ciò che è pratico e tangibile. Per realizzare i tuoi obiettivi non occorre semplificare teorie complesse, basta valorizzare il pragmatismo e lavorare per realizzazione degli obiettivi.

Il coaching non è la medicina

In Accademia della Felicità cerchiamo di stare al passo con i trend, ma di farlo con spirito critico. E di trasmettere questo approccio anche ai nostri studenti del Master in Coaching. Vogliamo formare (e essere) professionisti che creano veramente valore per le persone. E se questo significa da una parte essere costantemente aggiornati, approfondire argomenti differenti, conoscere il mercato di riferimento, dall’altro significa anche saper analizzare i trend e interpretarli nel modo più giusto. Fornendo un servizio che non sia una “soluzione pre-confezionata”, ma andando a lavorare su ogni singolo cliente in modo personalizzato.

Prima di lasciarti ti metto in guardia sul più pericoloso e sempreverde dei trend: il coaching risolve la vita!

Non è così; è il coachee che esprimendo appieno il suo potenziale e lavorando sodo, cresce e acquisisce gli strumenti per cambiare la sua vita e andare oltre il problema che porta in sessione.

Auguro a me stessa, ai coach che conosco e stimo e ai coachee, che alla fine di un percorso ci siano individui intimamente consapevoli della propria efficacia nel percorso di coaching

Perché solo così il coaching è veramente un successo!

Angela Salvatore

Autore: Angela Salvatore

La mia vita è un’entusiasmante camminata sul filo, alla ricerca dell’equilibrio tra la mia anima creativa e la mia parte più rigorosa, senza perdere mai di vista l’obiettivo dell’eccellenza. A sedici anni ho intrapreso il mio percorso nel teatro studiando e lavorando con artisti che hanno scritto la storia.
 Laureata in Storia del cinema, negli anni sono stata attrice, regista e autrice teatrale, ho condotto inoltre numerosi laboratori per adulti e bambini.
Qualche anno più tardi sono entrata in azienda, dove mi sono occupata a lungo di Communication e di HR, per approdare infine nel mondo dell’Information Technology. Attualmente sono responsabile di progetti internazionali in ambito di Intranet Business Application per una multinazionale.
 Dal 2015 sono PMP® (Project Management Professional) certificato presso il Project Management Institute. Nel 2016 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità: il coaching rappresenta il fil rouge della mia variegata esperienza, fatta di scrittura, teatro, conoscenza dei processi aziendali, il tutto all’insegna di un orientamento tenace e positivo ai risultati. Sono coach abilitato, ho 47 anni, vivo a Torino e la mia passione sono  le storie e l’arte del raccontarle. Amo i viaggi, la letteratura e il cinema.

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