Conoscersi attraverso il giardino

Quest’anno ho cominciato a sviluppare un workshop incentrato sulla consapevolezza di noi stessi attraverso la relazione con il giardino. Si tratta di un laboratorio interattivo e partecipato, dove volgiamo lo sguardo alla nostra storia individuale, famigliare, sociale, attraverso l’incontro con questo luogo mitico.

Ma prima di tutto, che cos’è il giardino? La prima immagine che viene in mente è quella di un luogo naturale. Il concetto di giardino ha, però, origine nella mente dell’uomo. Il giardino viene realizzato con il lavoro, attraverso un progetto più o meno preciso e talvolta diventa un’opera d’arte. È soprattutto un atto creativo dell’uomo che usa gli elementi della natura. Le piante ne sono le vere protagoniste ma anche l’acqua, i minerali, il legno possono diventare importanti elementi naturali usati ad arte. Il giardino viene spesso vissuto come una continuazione della propria casa, come un luogo domestico, a tutti gli effetti una stanza all’aperto.

Tutti i giardini che abbiamo conosciuto nell’arco della nostra vita costituiscono la nostra “formazione giardiniera”, hanno un valore personale fortissimo e contribuiscono a sviluppare una nostra idea individuale del giardino nel presente e nel futuro. Per questo motivo, quando si va a indagare sul proprio giardino di infanzia si parla di giardino mitico.

Un esercizio di coaching sul giardino mitico

Vi propongo un esercizio di coaching per riflettere sul giardino mitico. Concentriamoci sul giardino del primo periodo della nostra vita: l’infanzia. Prendiamo carta e penna e proviamo a rispondere a queste domande, descrivendo minuziosamente il nostro vissuto:

  • Quali giardini abbiamo conosciuto durante la nostra infanzia? Identifichiamone uno in particolare, quello che per noi è stato il più importante.
  • Com’è questo giardino nei nostri ricordi? Era strutturato, era regolare, aveva un aspetto selvatico, umile, fastoso? Proviamo a ricordare le piante, descrivendole anche se non conosciamo i nomi.
  • Quali materiali lo caratterizzavano? C’erano elementi strutturali come cancelli, porticati, gazebo?
  • Quali giochi o attività facevamo nel giardino? Ci concentravamo su di un gioco individuale di fantasia o avevamo degli amichetti con i quali giocare?
  • Il giardino che frequentavamo era luogo di incontro o luogo puramente privato?

Proviamo a descrivere con dieci sostantivi le sensazioni vissute da bambini in relazione al giardino che abbiamo ricordato facendo l’esercizio. Ad esempio: libertà, fantasia, scoperta. Riflettiamo su quanto possa esserci utile rivivere quelle sensazioni ancora oggi, nella vita di tutti i giorni.

Il giardino nell’infanzia

Il giardino e il parco sono, per i bambini di tutto il mondo, luoghi preziosissimi e importanti per la formazione e lo sviluppo individuale. Durante il periodo dell’infanzia, il gioco è l’elemento fondamentale per mettere alla prova la propria libertà, sperimentare il pericolo, il limite fino a cui ci si può spingere senza farsi del male. Il giardino permette ai bambini di fare questo tipo di esperienza muovendosi in un ambiente “controllato”.

Per raccontare meglio quali siano i contenuti che possono emergere dall’esercizio, riporto alcune esperienze raccolte nelle diverse edizioni del workshop.

Il giardino avamposto per l’evasione organizzata

Uno degli episodi che ho trovato più divertenti è stato il ricordo di una donna che da bambina si recava sempre a trovare dei parenti in montagna, che possedevano un piccolo giardino cintato sul retro dell’abitazione. Le mura di cinta confinavano con un vicino convento. Il gioco della bambina, in compagnia dei suoi cugini, le lasciava una tale libertà di azione e di spazio esplorativo di sé e dell’ambiente che il suo desiderio era di ampliare i confini della propria conoscenza, spingendosi oltre le mura di cinta. Così, in compagnia degli altri bambini, sfuggiva allo sguardo dei parenti, intrufolandosi nel giardino del convento, e poi per strada, vicino al torrente, nel bosco e in altri luoghi temuti dai genitori più apprensivi. Raccogliere questa esperienza mi ha fatto molto sorridere ma mi ha anche fatto riflettere su quel senso di avventura, indipendenza e libertà che nei bambini viene risvegliato dalla frequentazione di un giardino.

Il cantiere come giardino

Ognuno di noi nell’infanzia ha avuto una relazione con il giardino, anche se non suo, anche se pubblico, anche se non-giardino. Mi ha molto toccato l’esperienza di un uomo di circa settant’anni che non ricordava di aver mai frequentato giardini nella sua infanzia. Abitava in una Milano Anni ‘50, in pieno boom economico, e tutto intorno a lui era un cantiere edile. Quindi non c’erano giardini o parchi che potessero accoglierlo. A fare le veci del giardino erano le aree sterrate intorno alle nuove costruzioni. Nel raccontarsi, si rammaricava di non aver avuto un giardino come luogo protetto, di gioco, in cui esplorare i propri limiti. Quando però gli ho chiesto se quel mondo dei nuovi quartieri in evoluzione potesse in qualche maniera essere stato il suo non-giardino, il suo campo di gioco, lui si è illuminato raccontando molti particolari divertenti. Condivideva questa condizione di “ragazzo di strada” con molti altri bambini con i quali formava una piccola banda. Si ricordava del fatto che si giocasse con i materiali incustoditi dei cantieri, e addirittura aveva memoria di alcune piante selvatiche che lo avevano colpito, dando all’ambiente un aspetto più avventuroso. Questo esempio ci insegna che, anche dove non c’è un giardino strutturato, la fantasia e l’approccio giocoso del bambino possono “creare” un luogo che abbia le stesse funzioni di un giardino.

Il galeone dei pirati

L’ultima esperienza mi appartiene direttamente. Sono stato un bambino di città il cui incontro col giardino si limitava al parco pubblico. In particolare, ricordo che il gioco di fantasia era alla base delle mie avventure nel parco dove c’era un grande albero di carpino, ancora esistente, sul quale decine di bambini si arrampicavano, giocando felicemente. La forza del carpino erano certi grandi rami che si sviluppavano quasi orizzontalmente e ci permettevano di metterci a cavalcioni o di aggrapparci, trovandoci relativamente vicini alla terra, in caso di caduta. Con gli altri bambini ci eravamo immaginati che il carpino secolare fosse un galeone dei pirati, composto da grandi alberi maestri, su cui erano montate le vele, da una prua e da una poppa, e all’occorrenza anche da scialuppe di salvataggio. Il gioco consisteva nel rimanere sempre appesi e nel muoverci da una parte all’altra del grande albero senza mai scendere, perché sotto c’era il mare infestato dagli squali. Se si scendeva a terra, si rischiava di annegare e bisognava chiedere aiuto a chi stava sul galeone per farsi issare nuovamente a bordo. Era un gioco così soddisfacente che poteva durare per ore, ed ero capace di coinvolgere anche bambini che non avevo mai conosciuto prima, per il piacere di condividere il divertimento. Ovviamente questo tipo di gioco di fantasia non aveva lo stesso effetto se riproposto in casa; il parco/giardino, in questo caso, era luogo della socialità, dell’incontro, della condivisione e della sperimentazione.

Per quale motivo è utile questo esercizio?

Può essere interessante per ognuno di noi ricordare cosa significava essere bambino e far emergere, per un momento, il nostro lato infantile e ludico, in relazione con lo spazio del giardino, dove la natura, per quanto addomesticata, esercita comunque un effetto trasformativo.

Può essere utile anche per chi è genitore, per entrare in contatto con il vissuto dei figli, provare a ritrovare le stesse sensazioni e lo stesso punto di vista che vivono loro, allenando l’empatia e la comprensione.

C’è poi un’ulteriore utilità in questo esercizio di memoria. Tornare nel nostro giardino mitico, quello dell’infanzia, ci aiuta a riscoprire il valore che quest’ultimo potrebbe esercitare anche nel nostro presente e nel nostro futuro. Potremmo provare la curiosità di avvicinarci alle piante, ai parchi urbani o a curare o costruire un nostro piccolo giardino privato, al fine di ritrovare quel contatto e quelle sensazioni.

Paolo Astrua

Autore: Paolo Astrua

Ho lavorato per anni in teatro come attore ed educatore. A un certo punto, però, ho sentito che quella non era più la mia strada. Quando mi sono concesso di guardarmi dentro, ho capito che desideravo utilizzare la natura e le piante come mezzi per migliorare la mia vita e quella degli altri. Attualmente creo giardini e terrazzi che portino felicità basandomi sul rispetto dell'ambiente e sulla sostenibilità, tengo laboratori e scrivo della relazione tra uomo e natura. Credo che le piante giuste possano portare benessere emotivo nella vita delle persone e questa convinzione è alla base della mia "Filosofia Vegetale". Amo camminare nei boschi, da solo o col mio cane Athena, riconoscere le piante selvatiche e condividere la quotidianità con mia moglie Giovanna. Nel 2017 mi sono iscritto al Master in Coaching perché desidero diventare ancora più felice.

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