Come saziare la fame emotiva

Ogni volta che leggo un articolo o ascolto opinioni su come sconfiggere la fame emotiva immagino il tentativo inutile e dannoso di eliminare un canarino con un M16.

Pensare di distruggere la fame emotiva è come credere di poter saziare la fame fisica con un bicchiere d’acqua: non solo è inutile, ma a lungo andare genera un appetito così grande che la risposta rischierà di essere esagerata tanto quanto i tempi d’attesa.

Il cibo ha spesso associazioni emotive: abbiamo tutti la nostra madeleine che ci riporta alla memoria episodi del passato come se li avessimo appena vissuti.

Per me ad esempio è la marmellata di prugne. La preparava sempre mia nonna materna a settembre, nel periodo in cui mi rifugiavo da lei in quarantena per finire i compiti delle vacanze e ritrovare il sapore dell’infanzia. Oggi la preparo io e in casa mia non la mangia nessuno! Ma a me piace avere, pronta per ogni evenienza, la mia personale macchina del tempo…

Siamo cresciuti tutti con un cibo di casa, quello della domenica, quello che ci regala “il gusto pieno della vita” o che desideriamo quando vogliamo rientrare velocemente nella zona di comfort (mica possiamo credere che sia sano solo uscirne). Il panettone che fa Natale o la torta di compleanno tutti-gli-anni-la-stessa, l’analcolico biondo come aperitivo o la voglia di qualcosa di buono che ci è rimasta attaccata nonostante Ambrogio sia scomparso da tempo e il tailleur giallo non lo indosserebbe più nemmeno la regina Elisabetta.

Le ultime tendenze della moda ci propinano pantaloni larghi, sneakers con abiti da sera, digiuno intermittente e la guerra alla fame emotiva Ma io dico: e se provassimo a saziarla anziché bombardarla?

Diventare un Intuitive Eater (mangiatore intuitivo) significa imparare ad essere gentili con sé stessi anche per come ci siamo abituati ad utilizzare il cibo.

Il problema della fame emotiva non è cercare consolazione attraverso il cibo ma non trovarla a causa dei sensi di colpa e d’inadeguatezza che accompagnano la nostra esperienza. Se dentro di me sono convinta di poter controllare la mia fame così come le mie emozioni, di poter decidere quanto dovrei pesare e come raggiungere finalmente il corpo che mi farebbe sentire ammirata e desiderata, ritengo che cedere a quella fetta di torta mi ricorderebbe quanto sono debole. La lotta tra desiderio e resistenza spesso porta all’abbuffata. Nell’attimo in cui mi dico che sarà solo per questa volta, poi da domani… si rompono gli argini del controllo e insieme alla torta mangio risentimenti e fallimento. E non trovo nessun comfort, nessuna soddisfazione.

Forse se non avessi resistito tanto, se ti fossi concessa quella tazza di gelato pralinato davanti alla tv con una calda orrenda coperta, tutti i tuoi problemi non si sarebbero magicamente risolti, ma avresti solo quelli. Non avresti aggiunto le sensazioni negative di chi di nuovo non ce l’ha fatta a vincere la fame emotiva! Potresti dire: “Il gelato è proprio buono. E domani è un altro giorno”.

Invece ti senti gonfia e meritevole di punizione: forse quei problemi sono colpa tua. Come tutto il resto d’altronde.

Mangiare non è un fatto morale. Per questo è necessario tacitare sul nascere il proprio senso di colpa che implica necessariamente che un codice etico sia stato violato o un crimine commesso. Se sostituisci la colpa con sentimenti di self-compassion, puoi andare all’origine del problema e ritrovare il puro desiderio di prenderti cura di te e a quel punto metterlo in pratica con mille altri accorgimenti che possono non riguardare il cibo. È necessario però passare attraverso la comprensione e l’accettazione e lasciare da parte la punizione.

Se non sconfiggi la fame emotiva ma concentri le tue energie sul prenderti maggiormente cura di te il cibo potrà tornare ad essere solo cibo: che ti nutre, talvolta ti consola, spesso non ci pensi nemmeno così tanto.

Perché non riesco a fermarmi?

Detto questo, perché quando inizi a mangiare qualcosa per consolarti poi non riesci a fermarti?

Dipende dal cosiddetto continuum dell’emotional eating!

Il cibo infatti può essere usato per coprire sentimenti ed emozioni in molti modi che crescono in una linea d’intensità che inizia con lievi e universali sensazioni legate al cibo (che spesso vengono confuse con la fame fisica) e possono finire con un modo di mangiare che non ha davvero più nulla di confortevole. Ecco quali sono le sensazioni, in ordine di intensità:

  • Gratificazione sensoriale: il piacere è il sentimento che più comunemente attira il desiderio di cibo. Spesso ci imponiamo regimi alimentari a basso livello di soddisfazione pensando che solo questo ci aprirà le porte della magrezza, ma dimentichiamo che avere la libertà di assaporare quello che ci piace con gusto è un passo importante verso il piacere e l’appagamento dei sensi.
  • Comfort: anche solo il pensiero di alcuni cibi sa consolarci. Ognuno di noi ha un ricco repertorio di ricette speciali. Mangiare occasionalmente il tuo personale comfort food è indice di una sana relazione con il cibo, soprattutto se lo fai senza sensi di colpa e in armonia con il tuo senso di sazietà.
  • Distrazione: il cibo può essere usato per distogliere l’attenzione da emozioni che non vogliamo vivere. Questo ci allontana dalla scoperta (e dalla risoluzione) del problema che dà origine all’emozione da cui tentiamo di scappare.
  • Sedazione: è il caso in cui il cibo viene usato per anestetizzarsi al pari di droghe o alcol. Non è possibile provare soddisfazione né essere connessi ai naturali segnali di fame e sazietà.
  • Punizione: qualche volta mangiare per sedarsi diventa così frequente e intenso da sfociare nel comportamento punitivo. Mangiare in modo rabbioso grandi quantità di cibo è la forma più severa di Emotional Eating e causa perdita di autostima o odio verso sé stessi che alimenta il circolo vizioso.

Pensare di sconfiggere queste “ragioni emotive” con la volontà è inutile e ne alimenta il rischio di progressione. Occuparsi dei propri sentimenti prima di preoccuparsi eccessivamente del cibo è quello che ci consente di fare pace con noi stessi e con la nostra fame emotiva.

Ilaria Mandolesi

Autore: Ilaria Mandolesi

Abito a Milano da molti anni ma sono nata sul mare, a Porto San Giorgio. Dove torno per ritrovare la mia amata famiglia di donne favolose e un po' di me stessa. Ho 42 anni, che scritti sembrano molti di più. Vivo con mio marito e le mie tre figlie, che mi aiutano a mettermi in discussione e accettare il caos e la mediazione. Coach specializzata nell’Emotional eating, aiuto le donne a raggiungere il giusto atteggiamento mentale per guardare alla vita, al cibo, al proprio corpo con rispetto, gusto e fiducia, a liberarsi dal peso di pensieri continui su quello che si dovrebbe o meno mangiare, per ritrovare il piacere del gusto del cibo. Prendersi cura della costruzione di un ideale di bellezza che sia espressione dell’individualità di ognuno è un aiuto alla prevenzione di disagi e disturbi legati all’alimentazione. Prima di diventare coach, una Laurea in Scienze dell’educazione, l’incontro con il Counseling e la successiva specializzazione in Counseling Cibo e Salute. Un Master presso l’università di Pavia su Trattamento integrato multidisciplinare dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Il Diploma di Wellness Eating Coach e quello di Istruttrice di Wellness Walking, per aiutare le persone a riscoprire la piacevolezza del movimento.

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