3 serie TV sul tema della diversità

Guardo tante, tantissime serie TV sugli argomenti più disparati. Trovo che siano non solo un modo per trascorrere le serate sul divano ma anche per imparare qualcosa di nuovo sul mondo fuori di noi e fare riflessioni su quello dentro di noi. Guardando serie TV, mi è capitato più volte di avere degli insight sulla mia vita o di pensare “quel personaggio potrei essere io”. Se hai la passione per le storie, ci sono delle serie TV fatte talmente bene da rapirti come i tuoi libri preferiti. Se hai la passione per la crescita personale, ci sono delle serie TV che sono continue rivelazioni sui comportamenti umani.

Cosa si intende oggi per diversità

Voglio proporti 3 serie TV che sono accomunate dal tema della diversità. Cosa si intende per diversità, in questo contesto? Diverso è tutto ciò che non è standard, che non si allinea a dei canoni culturali socialmente accettati. Così, diverso può essere chi ha una disabilità, fisica o mentale, chi ha un corpo non conforme, chi ha uno stile di vita “fuori dagli schemi”. È un tema molto di moda ed è strettamente collegato a quello dell’inclusività. Si dibatte molto sul linguaggio che dovremmo usare per parlare delle persone disabili o per non escludere nessuna categoria dalle conversazioni, online e offline. Quanto ci piace la teoria! Poi, però, se ci troviamo davanti a una persona diversa da noi per mille motivi non sappiamo relazionarci con lei e tornano a galla tutti i pregiudizi interiorizzati. Per questo motivo ho scelto di presentarti 3 serie TV che ci mettono di fronte ai nostri limiti, scardinano una serie di luoghi comuni e, forse, ci rendono persone più consapevoli. Ma ho scelto anche serie TV che affrontano temi impegnativi con un tono leggero: sono commedie che ci fanno sorridere, seppure, ogni tanto, a denti stretti. Troverai degli spoiler ma prometto che non ti rovineranno la visione.

Special

Trama. Ryan ha 30 anni, è gay e ha una paralisi cerebrale che lo fa essere impacciato nei movimenti e gli rende molto difficili gesti che per le persone neurotipiche sono banali, come allacciarsi le scarpe. Tutta la sua vita ruota intorno alla sua disabilità, una diversità che porta Ryan ad astrarsi dal mondo reale. Questo atteggiamento è inconsapevolmente incoraggiato da sua madre Karen, oltremodo apprensiva e protettiva nei confronti del figlio. A un certo punto Ryan comprende che usa la sua disabilità come una stampella per non affrontare la vita adulta e prende delle decisioni che porteranno la sua esistenza a un livello successivo. Va a vivere da solo, si trova un tirocinio all’interno della sede di una rivista online, fa le sue prime esperienze con le relazioni. Intorno a lui si muovono altri personaggi che hanno ciascuno i propri problemi: capire questo sarà una lezione importante per Ryan.

Perché guardarlo. Il protagonista di Special, Ryan O’Connell, è anche l’autore del memoir da cui è tratta la serie TV. Questo vuol dire che interpreta se stesso, non si tratta di un attore che finge una disabilità. È un elemento non secondario, che contribuisce al realismo e alla credibilità della serie.
Ogni puntata di Special dura solo 15 minuti, che sono sufficienti a toccare punti sensibili e a lasciarci sempre con il sorriso.

A cosa ci mette di fronte. La grande domanda che percorre tutta la serie è “cos’è la normalità?”. Ce lo chiediamo di fronte alle varie situazioni e ai personaggi, molti dei quali sono quasi dei simboli. La fatica di costruirsi una propria indipendenza non appartiene solo a Ryan ma è una fase che dobbiamo attraversare per sapere chi siamo. Come fa Karen, che deve affrontare la sindrome del nido vuoto, dopo essersi identificata per tutta la vita con il ruolo di madre di Ryan. O Kim, collega di Ryan, che vive il peso di essere etichettata come un’icona body positive.

Special è disponibile in Italia su Netflix.

As We See It

Trama. Harrison, Jack e Violet sono tre giovani coinquilini, tutti e tre nello spettro autistico. Riescono a vivere da soli grazie alla supervisione di Mandy, loro coetanea e assistente a domicilio. Benché siano tutti affetti da autismo, i tre amici ne manifestano aspetti molto diversi. Harrison non riesce a uscire dall’appartamento perché ha paura dei rumori forti e delle persone; Jack è privo di empatia e dice sempre quello che pensa senza filtri; Violet è un’eterna adolescente che si innamora di ogni uomo che le rivolge un sorriso. Attorno ai protagonisti gravitano i loro familiari: i genitori di Harrison, che stanno per trasferirsi e non sanno come dirlo al figlio; il padre di Jack, che ha un cancro e teme di lasciare solo al mondo suo figlio; il fratello di Violet, che è molto giudicante e non riesce a dialogare con la sorella. La serie ci mostra la vita di questi ragazzi, le difficoltà che si trovano a fronteggiare, le insidie da cui devono difendersi e le esperienze emotive: l’amicizia, l’amore, il sesso.

Perché guardarlo. Anche in questa serie gli attori protagonisti sono tutti e tre nello spettro autistico, cosa che ne fa apprezzare ancora meglio la bravura.
La serie è un dramedy, ci si commuove ma restando sempre su una cifra di leggerezza.
Senza facili sentimentalismi, As We See It è genuino e molto godibile.

A cosa ci mette di fronte. Il mondo non è un luogo fatto per le persone autistiche, sembra suggerire a ogni puntata As We See It. Noi neurotipici non abbiamo pazienza, traiamo conclusioni affrettate, non riusciamo a vedere oltre i nostri pregiudizi. Così, per esempio, l’amicizia tra Harrison, che è un ragazzo dolcissimo e molto sensibile, e il bambino che abita al piano di sopra viene vista come un possibile tentativo di pedofilia. Ma la serie ci mette di fronte alla nostra incapacità di relazionarci con la diversità. Gli stessi parenti dei ragazzi non riescono a trovare un canale per entrare in contatto con loro perché non sanno cambiare approccio e prospettiva. Quante volte rinunciamo a comunicare perché metterci in discussione è troppo faticoso?

As we see it è disponibile in Italia su Amazon Prime Video.

Shrill

Trama. Annie è una Millennial che lavora in un magazine online e sogna di diventare una giornalista affermata. Vive con la sua coinquilina Fran, amica inseparabile dai tempi dell’università, ha un rapporto complicato con sua madre e frequenta un uomo impresentabile che si vergogna di lei. Piccolo dettaglio: Annie è grassa. Questa sua diversità sarà anche la sua motivazione a riprendere in mano la sua vita per realizzare i suoi grandi sogni. Assistiamo, così, al nascere della sua carriera, quando pubblica un articolo dal titolo “Hello, I’m fat” che le porterà ammiratori e troll. Annie è un personaggio complesso, non è un’eroina ante litteram. È in gamba, dolce, ambiziosa ma anche egoista, infantile, capricciosa. La sua amica Fran, anche lei grassa, vive una realtà molto diversa: essendo nera e queer, il suo aspetto è considerato “normale”. Ma anche lei ha i suoi drammi e dovrà confrontarsi con le aspettative sociali.

Perché guardarlo. Inutile dire che Aidy Bryant, l’attrice protagonista, è una donna grassa, anche se è talmente self-confident, come si dice, che ce ne dimentichiamo spesso.
La serie è divertentissima e affronta temi molto controversi senza mai farci perdere il sorriso.

A cosa ci mette di fronte. Shrill ci sbatte in faccia quella che in gergo si chiama grassofobia interiorizzata: preconcetti culturali che non sappiamo di aver acquisito. Qualche esempio? Le persone grasse sono pigre, per questo non perdono peso. Le persone grasse hanno problemi di salute. Che brutto essere una persona grassa! Ma Shrill è molto di più di una serie sulla grassofobia. Affronta, sempre con quel suo tono scanzonato, molti altri temi, dal femminismo motivazionale usato a scopi di vendita alla moda del politically correct. Shrill ci mette di fronte alle nostre contraddizioni e a quelle di una società che vorrebbe essere più evoluta e aperta di quella che realmente è.

Shrill è disponibile solo in inglese su Hulu.

Giovanna Martiniello

Autore: Giovanna Martiniello

Sono un’introversa ipersensibile con la passione per le storie. Ho l'inquietudine tipica di chi è vissuto a lungo su un suolo vulcanico. Vivo in collina ma non potrei stare senza la città. Nel 2017 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità, ho mollato il posto fisso e mi sono abilitata come coach. Mi occupo di scrittura autobiografica per la comunicazione, integrando la metodologia del coaching nelle mie competenze di scrittura.

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