La felicità al lavoro

A maggio scorso una delegazione di Accademia ha partecipato alla nuova Conferenza Internazionale sulla felicità al lavoro.

La Woohoo Inc, società danese organizzatrice dell’evento, ha successivamente realizzato una survey per studiare la frequenza delle giornate “buone” e “cattive” in ambito lavorativo.

Una “buona giornata” è quella in cui ci si sente veramente bene al lavoro, e si vorrebbe che anche gli altri giorni fossero così: la ricerca ha mostrato che il 31% delle persone è felice al lavoro quasi ogni giorno; il 19% si colloca all’altro estremo, e non è felice quasi mai.

Quali sono i fattori all’origine di una buona giornata lavorativa? I principali sono i seguenti:

  • Ho svolto un lavoro che ritengo utile e significativo per me stesso o per qualcun altro;
  • Ho potuto lavorare “a modo mio”;
  • Sono orgoglioso del lavoro svolto;
  • Mi sono divertito coi colleghi;
  • Ho svolto compiti che mi piacciono.

Sembra, quindi, che la componente “Compensation & Benefits” non sia poi così rilevante: promozioni, bonus e palestre aziendali si collocano agli ultimi posti tra gli elementi motivanti.

Un dato molto interessante per noi riguarda la comparazione tra i diversi Paesi che hanno partecipato alla ricerca: a fronte di un 56% di danesi che sono felici al lavoro quasi ogni giorno, solo il 14% degli italiani può dire lo stesso. È il dato più basso tra quelli rilevati, e non parliamo solo di Nord Europa… In Argentina, ad esempio, la percentuale è del 29%.

L’incidenza delle “cattive giornate” – quelle che sembrano non finire mai! – è speculare, ossia nei Paesi dove si vivono meno buone giornate, quelle che restano non sono neutre ma davvero pessime. Secondo la precedente survey mondiale di Woohoo Inc., datata 2015, le brutte giornate in ufficio sono determinate principalmente da:

  • Il capo – che non aiuta o che è indisponente;
  • Le relazioni con i colleghi;
  • La mancanza di chiarezza riguardo alla vision e strategia aziendale;
  • La mancanza di riconoscimento per il lavoro svolto;
  • Carico di lavoro troppo elevato.

I risultati di queste ricerche mi sembrano coerenti con quello che riscontro parlando quotidianamente con chi segue i nostri percorsi di Job Coaching, o frequenta i diversi workshop dedicati al tema del lavoro. Il punto, tuttavia, è che spesso è difficile acquisire consapevolezza dei motivi per cui arriviamo a casa completamente scarichi, senza nessuna voglia di uscire ma nemmeno di scambiare due parole con i familiari.

A volte le persone si lamentano di “lavorare troppo” per poi rendersi conto che la vera domanda a cui non riescono a dare una risposta “energizzante” è “perché sto lavorando?”.

Le relazioni difficili con i colleghi possono essere la conseguenza di un capo che segue il metodo del “divide et impera”; e un cattivo capo sarà in genere piuttosto restio a riconoscere in forma pubblica o privata il buon lavoro svolto da qualcuno.

Una buona domanda da porsi quando si avverte una generica sensazione di disagio rispetto alla propria situazione lavorativa, è la seguente: “se potessi cambiare una sola cosa della mia situazione lavorativa, quale sarebbe?”.

La risposta, che deve essere data “di pancia” e poi oggetto di approfondimenti successivi, è alla base di qualsiasi percorso di cambiamento: ci farà capire in un istante quali sono i nostri bisogni più forti, e su cosa dovremo puntare l’attenzione al momento di ricercare una nuova collocazione.

Autore: Irene Facci

Nata dalle parti di Mantova quando a Mantova c'erano solo zucche e zanzare, ho da sempre una grande passione per la leggerezza e quindi per i gatti, massimi esperti della materia. Sono un'inguaribile ottimista e penso che autoironia e humour siano strumenti imprescindibili di resistenza umana. Cerco di trasmettere tutto questo ai miei figli che, come tutti i bambini, tendono a prendere le cose molto sul serio. Nel 2017 è uscito il mio primo romanzo, Alla rivoluzione in tram, sono diventata Life & Career Coach e ho iniziato a collaborare con Accademia della Felicità.

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