Tess e il lavoro Azzurro

Oggi ospitiamo sul nostro blog Vera Martinelli, studentessa del Master in Coaching di Accademia della Felicità, che ci parla di lavoro, carriera, e un po’ anche di amore. Spiegandoci che siamo noi stessi ad avere il potere di farci sentire felici e completi. Non qualcosa che accade all’esterno di noi, un oggetto, un lavoro sotto forma di principe azzurro…

Ci sono film che ti segnano.
Dovevo essere con mia zia, mi pare fosse di pomeriggio, non mi ricordo se eravamo andate al cinema o eravamo a casa, ma quella donna con i capelli cotonati e la sua passione per la finanza mi si sono impressi nella memoria con un segno indelebile.
C’è chi a 10 anni canticchia ossessivamente la canzone di Cenerentola, quella dei sogni che in realtà sono desideri, io a quell’età canticchiavo (e lo faccio ancora) Let the river run di Carlie Simon. Perché questa è la canzone che apre la sequenza dei titoli di coda dove quella donna con i capelli gonfi spegne tre candeline di compleanno su un piccolo muffin al cioccolato sopra un battello destinazione Manhattan.
Non si scelgono i film formativi, quelli che si insinuano nelle pieghe delle tue sinapsi, ti capitano; e a me, fra gli altri, mi è capitato Una donna in carriera.
Ma non mi interessava per la storia d’amore, del resto mi aveva un po’ turbato vedere lei che si innamora di Indiana Jones, che però in questo caso non era proprio il mio amato archeologo con frusta e cappello ma uno yuppie in giacca e cravatta. La cosa che mi aveva rapito era la determinazione di questa donna che non scende a compromessi e cerca di arrivare al suo sogno professionale, inciampando con grande ingenuità e rialzandosi con altrettanta astuzia.
L’amore era un corollario, per me la rivincita di Tess era tutta professionale.

La morale mi era molto chiara: sei felice se fai il lavoro che vuoi, che ami, che hai sempre sognato.

E io sognavo questo: nessun cavallo, nessun principe, nessun castello, nessun bacio che ti aggroviglia le budella, ma un lavoro che facesse sentire piena, completa, soddisfatta, un lavoro che facesse brillare.
C’è voluto tempo per capire che il focus era malposto. Molti tentativi, un sacco di errori, frustrazione, dolore, burnout e cambiamenti repentini di rotta.
Perché il nodo era tutto lì: avevo individuato come obiettivo lo stato emotivo che mi doveva regalare il mio lavoro. E quando deleghi a un evento, a una persona, a un oggetto il potere di renderti felice o meno, stai semplicemente diventando uno schiavo emotivo dei quell’evento, di quella persona, di quell’oggetto.
Mi ha sempre fatto riflettere negli anni come le mie coetanee, che avevano idealizzato la figura del compagno e avevano interiorizzato come modello l’ideale romantico del principe azzurro, passassero da una relazione burrascosa a una complicata, soffrendo e disperatamente cercando la persona definitiva, mentre sul lato professionale erano per lo più soddisfatte e con una situazione definita e solida.
Io invece passavo da un lavoro a un altro, entusiasta all’inizio e insofferente dopo 12 mesi, allergica ai contratti fissi che mi facevano sentire in trappola, e d’altro canto con una situazione sentimentale felice e stabile, solida e funzionale.

La risposta che mi davo e mi do ancora è sempre la stessa: che sia il principe o il lavoro a essere azzurro, ciò su cui crei maggiori aspettative è ciò che farai più fatica a trovare. Sembra un dispetto della vita, ma la vita è saggia e soprattutto non ha bisogno di farci dispetti quando ce li facciamo da soli. La risposta è molto più semplice e non ha bisogno di tirare in ballo forze cosmiche.

Quando creiamo delle aspettative altro non facciamo che stare in attesa. Quel tempo dell’attesa è un tempo vuoto che spesso carichiamo di emozioni, in cui creiamo desideri, e ci figuriamo immaginari. E spesso, alla fine, queste immagini e queste emozioni diventano sogni, a volte anche estremamente dettagliati, e per lo più piacevoli. Del resto, perché ingannare l’attesa con pensieri terrorizzanti quando puoi divertirti a plasmare possibile scenari deliziosi?
La realtà è un’altra cosa, non è detto che sia per forza orribile, ma è sicuramente differente da quanto noi desideriamo che sia. Lo impariamo presto da bambini quando scopriamo che non siamo i padroni del mondo e impariamo a sostenere anche avvenimenti imprevisti e magari fastidiosi.
Così quando da bambini interiorizziamo un’aspettativa di lavoro azzurro o di principe azzurro, capita spesso da adulti che ci imbattiamo in una realtà che non collima con il nostro ideale, con il nostro sogno infantile, una realtà che frantuma la promessa di felicità che ci eravamo fatti in tenera età e contro cui molto spesso sbattiamo i piedi.

Consolare la mia bambina interiore non è stato un lavoro facile, insegnarle che non sarà mai la mia occupazione a farla sentire scintillante come una stella è stato un processo lungo e in parte ancora in divenire, con calma e pazienza le ripeto che sono solo io ad avere il potere di farmi sentire completa: nessun ruolo, nessuna incombenza, nessun incarico e risultato raggiunto possono darmi questa consapevolezza.

Sono io che scelgo di dare luminosità a quello che faccio, qualsiasi cosa io decida di fare. Certo ci sono le inclinazioni e i gusti personali e, per carità, è sacrosanto inseguirli, e non abituarsi a buttare giù bocconi che non ci piacciono; ma non sono i bocconi a definirci, non sono i lavori, non sono gli amori, non sono le persone con cui ci accompagniamo, non sono gli oggetti che abbiamo. Ci definisce la nostra capacità di reagire e di agire, di pensare, di sentire, di relazionarci, di essere, di stare, di aspettare anche senza per forza immaginare qualcosa. Ed è in questa che possiamo perseguire il nostro benessere.

Perché del resto essere felici è una scelta, a prescindere.

Autore: Redazione

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